Ottobre
2000

"PILLOLE"
DI MEDICINA TELEMATICA
Periodico di aggiornamento e varie attualita'

Patrocinate
da
- SIMG-Roma
 
-A.S.M.L.U.C.

  A cura di:  Daniele Zamperini dzamperini@bigfoot.com , Amedeo Schipani mc4730@mclink.it
"GEMELLATA" con Med-News di Enzo Brizio (e.brizio@tin.it), alla quale si consiglia l' iscrizione.
Iscrizione libera e gratuita dietro semplice richiesta. L' archivio dei numeri precedenti e' consultabile su: http://utenti.tripod.it/zamperini/pillole.htm (Visitate anche le altre pagine, sono ricche di informazioni!)
I contenuti di questa e delle altre pagine sono di libero uso purche', per correttezza, se ne citi la provenienza.


INDICE GENERALE

PILLOLE

MINIPILLOLE

    NEWS  

   APPROFONDIMENTI

MEDICINA LEGALE E NORMATIVA SANITARIA  
Rubrica gestita dall' ASMLUC: Associazione Specialisti in Medicina Legale Universita' Cattolica

 PENSIERI E... PAROLE
Opinioni in liberta'


Pillole di buonumore
Oggi: GLI ERRORI (medici e non).

Un paziente affetto da diarrea ribelle va, disperato, dal dottore. Questi pero' si sbaglia e gli prescrive un sedativo. Si incontrano di nuovo poco tempo dopo e il dottore chiede come vada. Il paziente, sorridendo felice: "Me la faccio sempre addosso, pero' adesso non me ne frega niente!".
(Da: "Ridiamocisopra"del dott. Zap  www.piazzetta.sfera.net )


PILLOLE

Quanto costa un centro diabetologico in Italia?
La necessita’ di programmare le risorse disponibili all’assistenza sanitaria, limitate e definite, nonche’ la considerazione che il diabete e le complicanze da esso derivanti (piede diabetico, nefropatia, retinopatia, neuropatia, ecc.) rappresentano la IV causa di morte in quasi tutti i paesi industrializzati e’ utile valutare l’impatto economico della prevenzione e cura di tale patologia. E’ stato varato il progetto RECORD "Rilevazione economica costi e risorse del diabete" condotto dal CESAV dell’Istituto "Mario Negri" a cui partecipano 35 centri diabetologici per un totale di 2260 pazienti arruolati. Questo studio analizza i costi di strutture di alcuni centri di diabetologia incorporando tali costi nelle varie voci e cercando di stimare il costo medio unitario per visita ambulatoriale e per accesso in Day Hospital (DH). Alcuni risultati preliminari sono stati pubblicati sulla rivista GIDM, n.1 del giugno 2000 da Roggeri e Garattini.
La valutazione dei costi e’ risultata molto difficoltosa dovendosi valutare innumerevoli voci di spesa in situazioni ambientali molto differenti: alcuni centri sono risultati ad esempio essere dipendenti da un presidio ospedaliero o inseriti in esso, altri centri invece agivano in modo autonomo; tutti i centri partecipanti allo studio esercitavano attivita’ ambulatoriale mentre il Day Hospital e’ risultato presente solo in due dei 7 centri selezionati per la valutazione finale.

Essendo indispensabile applicare criteri omogenei nella valutazione dei costi nei diversi centri, veniva effettuata una selezione che, valutando le differenti forme di contabilita’, individuava, tra i 35 centri selezionati, 7 che avevano le caratteristiche indispensabili per consentire una corretta attribuzione dei costi. Di questi solo 2, come detto sopra, erano dotati di Day Hospital.
Le informazioni ottenute dai centri sono state estratte con criteri omogenei e standardizzabili.
Gli autori hanno cercato di individuare tutte le risorse coinvolte nel processo produttivo e di classificare i fattori produttivi in relazione all’obiettivo delle analisi, quantificandolo poi in termini monetari. Il risultato finale veniva espresso in costo medio per prestazione.
Si sono osservate ampie variazioni nei dati: il numero di visite ambulatoriali oscillava dalle 1000 alle 22484, mentre per gli accessi in Day Hospital i ricoveri annuali sono compresi tra 600 e 888. Il costo medio totale per visita, calcolato come media semplice dei costi per visita dei singoli centri, assume un valore di 60.500 lire. Con la stessa metodica si e’ stimato in lire 327.400 il costo medio totale per ogni accesso in Day Hospital.
Tali costi inoltre NON comprendono il prezzo dei farmaci e degli esami diagnostici, in quanto gli stessi vengono valorizzati separatamente attraverso utilizzo dei rispettivi prezzi e tariffe.
Nei costi stimati con i metodi descritti sopra e' stato altresi' valutato che l’incidenza dei costi comuni e generali oscillava tra il 6% e il 32% (per le prestazioni effettuate in ambulatorio) mentre risulta intorno al 21-22% per le prestazioni effettuate in Day Hospital.
L’elevato intervallo di variazione dell’incidenza per l’attivita’ ambulatoriale dipende dalle diverse ubicazioni strutturali del centro: gli ambulatori ospedalieri presentano normalmente incidenze di costi comuni e generali superiori a quelli ubicati in strutture autonome. Tale evenienza era del resto prevedibile in quanto e’ evidente che una parte dei costi generali della struttura ospedaliera si riversa anche sul Day Hospital. I valori di spesa maggiori sono stati quelli relativi al personale: il costo del personale sul totale risulta circa del 78% per la visita ambulatoriale e il 76% per l’accesso in Day Hospital.
Gli autori sottolineano le difficolta’ e le complessita’ di tali calcoli, e sottolineano la necessita’ di completare lo studio con raccolta di dati piu’ ampi.

[Commento: questo dato offre un interessante punto di partenza per la valutazione delle tecniche ottimali di assistenza in un regime budgettizzato: un costo di lire 60.000 a visita nel regime ambulatoriale e’ un prezzo elevato,  che potrebbe essere abbattuto indirizzando diversamente i diabetici, limitando ai centri antidiabetici solo i casi di una certa gravita’ e fornendo agli altri un' assistenza diretta sul territorio tramite diverse strutture (medici di famiglia) idonee a erogare le medesime prestazioni a costo molto inferiore].
( Daniele Zamperini )

Torna alle Pillole
Torna all'inizio


La neuropatia diabetica è fattore di resistenza al sildenafil
Nel diabetico l’alterazione del parasimpatico precede quella del simpatico sbilanciando il sistema di contrazione delle cellule lisce muscolari con conseguente flaccidita’ del pene. E’ stato valutato in recenti studi che la percentuale di non responders al Sildenafil nei pazienti diabetici e’ del 41%. Gli autori (M. La Monica e al., GIDM n.1 Giugno 2000) hanno percio’ studiato un gruppo di 26 diabetici di tipo 2 affetti da deficit erettile. Il deficit doveva essere insorto da almeno sei mesi e avere un indice internazionale di IIEF inferiore a 5 e un tracciato rigido-metrico con assenza di erezione superiore al 70%. A questi pazienti e’ stato somministrato Sildenafil a dose piena (100 mg.) con una risposta del 19% nei pazienti con NAC, dell’82% nei pazienti con assenza di tale neuropatia.
Gli autori suggeriscono in conclusione che e’ indispensabile, nell’approccio clinico al paziente diabetico di tipo 2 con deficit erettile, che vengano effettuati gli opportuni test cardiovascolari in quanto la presenza di una compromissione autonomica permette di prevedere una probabile scarsa risposta al Sildenafil anche se somministrato a dose piena.

Uno studio abbastanza simile e’ stato effettuato da P. Pata e al. (stessa rivista) i quali hanno trattato un gruppo di pazienti diabetici in buon compenso glico-metabolico con disfunzione erettile e in assenza di documentata patologia cardiovascolare. I pazienti, dopo attenta selezione, sono stati sottoposti a terapia con Sildenafil alla posologia di 100 mg. due volte alla settimana per 8 settimane. Si riscontrava una risposta negativa in 6 pazienti e positiva in 8 pazienti su 14.
Valutando i parametri funzionali studiati, gli autori concludono che un certo grado di neuropatia clinicamente manifesta possa giustificare una ridotta o assente risposta al Sildenafil e che nell’ambito dei diabetici in terapia con Sildenafil la percentuale di non responders sembra essere piuttosto elevata (circa 40%, in accordo con i dati espressi dall’autore precedente) e in rapporto alla gravita' della neuropatia diabetica.
(D. Zamperini)

Torna alle Pillole
Torna all'inizio


Prevenzione e terapia dell'ictus in corso di fibrillazione atriale
Un recente studio (R.Thomson) pubblicato su Lancet ha confermato il ruolo del Warfarin nella prevenzione delle complicanze ischemiche cerebrali nei soggetti con fibrillazione atriale. E’ noto come tale patologia costituisca un fattore di rischio importante per l’insorgenza di eventi cerebro-vascolari ed e’ importante il tentativo di costruire un argoritmo che possa aiutare nelle istituzioni di linee-guida per la somministrazione di anticoagulanti. L’indagine effettuata da questo ricercatore conferma che nella grande maggioranza dei casi la terapia con Warfarin e’ in grado di ridurre i costi legati all’insorgenza di complicanze ischemiche cerebrali in soggetti con fibrillazione e migliora il livello medio di qualita’ della vita. La terapia con Warfarin e’ praticabile dalla maggior parte dei soggetti: nello studio da esame il 97% delle donne e il 75% degli uomini di eta’ superiore ai 75 anni avevano una indicazione ideale per effettuare la terapia anticoagulante.
Si conclude che questo modello interpretativo puo’ essere utile per una possibile formulazione di linee-guida per la prevenzione di tali patologie.
(Lancet 2000; 355:956-62)

Un altro studio (Lancet 2000;355:1205-10) ha voluto effettuare invece un confronto tra la terapia con aspirina e quella a base di delteparina (eparina a basso peso molecolare). Lo studio e’ stato effettuato all’universita’ di Oslo (E. Berge e coll.) e sono stati studiati circa 450 pazienti con ictus in fase acuta e fibrillazione atriale. Nelle prime due settimane successive all’evento acuto la ricorrenza di ictus e’ stata pari all’8,5% nel gruppo trattato con delteparina e del 7,5% in quello trattato con aspirina. Tale differenza non e’ risultata significativa. Anche l’incidenza di emorragie cerebrali (sia sintomatiche che asintomatiche) nonche’ la valutazione del deterioramento neurologico e’ risultata sovrapponibile nei due gruppi. La valutazione della mortalita’ non ha dimostrato differenze significative. In questo studio percio’ non e’ stata evidenziata una superiorita’ dell’eparina a basso peso molecolare rispetto all’aspirina nei pazienti con ictus da fibrillazione atriale.

Torna alle Pillole
Torna all'inizio


L’Idroclorotiazide a basso dosaggio preserva la densità minerale ossea in adulti anziani
Premesse. I tiazidici possono avere effetti benefici sulla densità minerale ossea e ridurre il rischio di frattura dell’anca. Tuttavia, l’esistenza di un ruolo causale rimane incerta, in quanto l’evidenza sperimentale è limitata.
Obiettivo: determinare l’effetto dell’idroclorotiazide sul tasso di demineralizzazione ossea in adulti anziani.
Materiali e metodi. Hanno partecipato allo studio (randomizzato, in doppio cieco, controllato versus placebo, con un follow-up di tre anni) 320 soggetti adulti normotesi, di cui 205 donne e 115 uomini, di età tra i 60 e i 79 anni. Questi soggetti sono stati suddivisi in modo casuale in tre gruppi, ai quali è stato somministrata idroclorotiazide 12.5 mg/die, idroclorotiazide 25 mg/die, o placebo. E’ stata misurata la densità minerale ossea sull’anca in toto, colonna vertebrale in postero-anteriore e total body, mediante densitometria a raggi x; sono stati determinati i markers ematici e urinari del metabolismo osseo; sono state ricercate eventuali fratture vertebrali radiografiche, fratture cliniche e cadute accidentali.
Risultati. 309 su 320 partecipanti (97%) hanno completato il periodo di 36 mesi. L’aderenza alle terapie nel corso del follow-up è stata alta in tutti i partecipanti (dall’81.6% all’89.7%) eccetto che per gli uomini nel gruppo dell’idroclorotiazide a dose più alta (60.5%). Secondo l’analisi sulla base dell’intenzione a trattare, la differenza a 36 mesi nelle variazioni percentuali della densitometria ossea nell’anca in toto è stata dello 0.79% per il gruppo dell’idroclorotiazide a 12,5 mg e dello 0.92% per il gruppo dell’idroclorotiazide a 25 mg, in confronto al gruppo placebo (P = 0.03). A sei mesi la variazione percentuale nella colonna vertebrale in postero-anteriore è stata significativamente maggiore per il gruppo dell’idroclorotiazide a 25 mg (1.04%) rispetto al gruppo placebo; a 36 mesi questa differenza era dello 0.82% (P = 0.12). per la densitometria total body non ci sono state differenze tra i gruppi. Gli effetti della terapia sono stati più rilevanti nelle donne che negli uomini.
Conclusioni. In adulti anziani in buona salute, basse dosi di idroclorotiazide preservano la densità minerale ossea a livello dell’anca e della colonna vertebrale. I modesti effetti osservati in tre anni, se accumulati per 10-20 anni, possono spiegare la riduzione di un terzo del rischio di frattura dell’anca associata ai tiazidici in molti studi epidemiologici.
Annals of Internal Medicine, 3 ottobre 2000

Torna alle Pillole
Torna all'inizio


Depressione e rischio di coronaropatia e mortalità in anziani americani
Molti studi epidemiologici hanno associato i sintomi depressivi con le malattie cardiovascolari. Gli autori di questo studio hanno indagato se i sintomi depressivi costituiscono un rischio per coronaropatia e per mortalità totale in una coorte di anziani apparentemente sani.
Da una coorte di 5888 americani anziani (>/= 65 anni), arruolati nello studio prospettico Cardiovascular Health Study, sono stati selezionati 4493 partecipanti che al momento dell’arruolamento non avevano malattie cardiovascolari. Questi soggetti hanno fornito annualmente informazioni sul loro stato depressivo, che è stato valutato mediante la Depression Scale del Center for Epidemiological Studies, e sono stati seguiti per sei anni per verificare l’eventuale sviluppo di coronaropatia e la mortalità. Per ogni partecipante è stato calcolato il punteggio medio cumulativo di depressione fino all’insorgenza dell’evento (massimo fino a sei anni di follow-up). Utilizzando modelli di rischio proporzionale tempo-dipendenti, l’indice di rischio non aggiustato, associato con ogni incremento di 5 unità del punteggio medio di depressione, per lo sviluppo di coronaropatia è stato di 1.15 (P = 0.006); l’indice per la mortalità per tutte le cause è stato di 1.29 (P < 0.0001). Nell’analisi multivariata, aggiustando per età, razza, sesso, scolarità, diabete, ipertensione, fumo di sigarette, colesterolo totale, trigliceridi, insufficienza cardiaca congestizia e inattività fisica, l’indice di rischio per coronaropatia è stato 1.15 (P = 0.006) e quello per mortalità per tutte le cause è stato 1.16 ( P = 0.006). Fra i partecipanti che avevano i più alti punteggi medi cumulativi di depressione, il rischio di coronaropatia è aumentato del 40% e il rischio di morte del 60% in confronto a quelli che avevano i punteggi medi più bassi.
Conclusioni. Negli americani anziani i sintomi depressivi costituiscono un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo di malattia coronarica e mortalità totale.
Circulation, 10 ottobre 2000

Torna alle Pillole
Torna all'inizio


Essere un medico: il guaritore alternativo, di Dean Gianakos, MD
L’insegna sulla porta diceva: Professionista di arti terapeutiche alternative. Mi sono seduto rapidamente nella sala d’attesa. Tappeti, tende, e un caminetto nell’angolo che mi riscaldava. Ho visto alcune facce sorridenti (pazienti abituali?) mentre prendevo una rivista che stava su un vecchio tavolo di mogano. Dopo essere stato chiamato dalla segretaria alcuni minuti più tardi, una cordiale infermiera mi ha portato in una sala da visite.
Il medico si è presentato come un professionista di medicina alternativa. Indossava abiti comodi e sembrava non avesse fretta. Dopo qualche educata battuta sul tempo e sui politici, mi ha chiesto notizie sulla mia famiglia e la mia professione. Sembrava veramente interessato. Voleva sapere quali fossero le mie aspirazioni durante l’adolescenza (io ho 37 anni), intuendo che mi sarebbe piaciuto diventare più di quello che sono.
Mi hanno sorpreso le sue domande franche, aperte: “Cosa la porta oggi nel mio ufficio? In che modo posso aiutarla?” Mentre gli rispondevo mi interrompeva raramente e, se lo faceva, io ne ero acutamente consapevole. Egli mi sedeva abbastanza vicino da farmi sentire quanto fosse coinvolto e interessato, ma non così vicino da essere invadente. Annuiva con la testa spesso e al momento giusto, a volte sorrideva, e ha perfino riso. C’era in lui questa incredibile leggerezza e semplicità, che mi permetteva di dire quasi ogni cosa. Io mi sono sentito meglio prima ancora che mi visitasse. In realtà, mi sono sentito meglio pochi minuti dopo che ci siamo incontrati. I suoi occhi, le espressioni e i gesti facevano per lui la maggior parte del lavoro. Le parole erano importanti, ma il tono, l’inflessione e la dolcezza erano più suggestivi. Dopo che ho risposto a qualcuna delle sue domande generiche (ero stato lì per un’ora? Non c’era orologio alla parete, e ho notato che non portava un orologio al polso) egli ha sistematicamente rivisto la mia storia medica presente e passata. Mi ha posto domande su tutti gli apparati organici. Pazientemente ha controllato le mie terapie. Mi ha visitato, dalla testa ai piedi. (Mi ha guardato dentro le orecchie – perché? Non avevo riferito problemi al riguardo!). Mi ha misurato di nuovo la pressione arteriosa. Non ricordo che la sua mano abbia mai lasciato la mia spalla.
Dopo la visita, l’ho seguito nel suo ufficio, dove egli si è seduto su una consunta sedia di cuoio. Ha continuato a rispondere a ogni domanda che facevo, non dando mai l’impressione di essere disturbato da qualcosa che per lui fosse semplice o ovvio. Mi ha spiegato le terapie nuove che mi stava prescrivendo e la scienza che ne supportava robustamente l’utilizzo. Abbiamo parlato dell’opportunità di riservare un po’ di tempo alla cura di se stessi. Egli ha detto qualche altra cosa. Io ho ascoltato. L’ho ringraziato parecchie volte prima di andare perché mi fosse prelevato il sangue e fatte le radiografie.
Mentre andavo verso la mia macchina con in mano il foglietto di un nuovo appuntamento, ho guardato il mio orologio e con calma l’ho sganciato. Era tempo di tornare ai miei pazienti.
Annals of Internal Medicine, 3 ottobre 2000
N.d.r.: Ho voluto inserire questo articolo come una provocazione per i colleghi. Il terapeuta alternativo utilizza splendidamente quella che forse è la terapia migliore, ossia se stesso e la sua capacità di comunicare all’altro, all’uomo che gli sta di fronte. Le cosiddette medicine alternative si vantano di curare l’uomo, non la malattia. Ma proprio il rapporto col paziente è un punto di forza del nostro essere medici di famiglia: noi curiamo “persone”. Riappropriamoci di questa nostra caratteristica e rafforziamola. A. S.

Torna alle Pillole
Torna all'inizio


Pillole di buonumore
Oggi: GLI ERRORI (medici e non).

Un farmacista genovese vende per errore della stricnina al posto dell'Aspirina e richiama subito l'acquirente per telefono che gli chiede: "E c'e' differenza?". E il farmacista: "Certo, deve portarmi subito altre 2000 lire!".

(Da: "Ridiamocisopra"del dott. Zap  www.piazzetta.sfera.net )


MINIPILLOLE

L'ipertensione è anche un problema geografico
Un gruppo di studiosi olandesi ha studiato le caratteristiche epidemiologiche dell’ipertensione in diverse aree geografiche terrestri. L’intenzione era quella di studiare se l’effetto dell’ipertensione sulla mortalita’ cardiovascolare fosse omogenea in tutto il mondo o potesse differire in base a fattori geografici. Sono stati prese in esame sei diverse zone geografiche mettendole in relazione alla specifica mortalita’ cardiovascolare. Sono stati presi come base i valori medi di 140/85 mm. di HG. Su tale valore base l’effetto dell’ipertensione sulla prognosi a 25 anni variava di un ordine fino a tre volte in dipendenza della zona geografica presa in considerazione. Il tasso di mortalita’ cardiovascolare risultava considerevolmente piu’ alto in Europa continentale e nel Nord America mentre i paesi mediterranei e il Giappone sono risultati a rischio notevolmente piu’ basso. Tuttavia l’incremento della pressione arteriosa basale comportava un analogo incremento di mortalita’ indipendentemente dalla regione geografica. Vale a dire che mentre alcuni paesi risultano avere un rischio basale molto inferiore agli altri tuttavia il tasso di incremento di rischio e’ uguale in tutto il mondo a parita’ di incremento pressorio rispetto al valore basale.
D.Z.: (N.E.J.M. 2000;342:1-8)
Torna alle Minipillole
Torna all'inizio


Terapie con estrogeni nell'Alzheimer
Il gruppo della dott.ssa Mullnard dell’universita’ della California di San Francisco ha voluto approfondire alcuni studi precedenti che suggerivano la possibile associazione tra terapia con estrogeni e il miglioramento del quadro clinico nei soggetti affetti da morbo di Alzheimer. Si e’ voluta verificare questa ipotesi tramite uno studio randomizzato in doppio ceco su 120 donne con Alzheimer di media gravita’. E’ stata somministrata una terapia quotidiana di estrogeni a basso dosaggio, ed e' stato preso a confronto un gruppo di controllo trattato solo con placebo. Al termine del follow-up si sono verificati i punteggi funzionali relativi alla patologia psichica nei due gruppi: i risultati si sono rivelati sostanzialmente sovrapponibili solo con una lieve prevalenza degli indici di deterioramento mentale fra le donne che avevano ricevuto la terapia.
Questo studio quindi non confermerebbe l’utilita’ della terapia ormonale con estrogeni in questo tipo di pazienti.
D.Z. (JAMA 2000; 283:1007-15).
Torna alle Minipillole
Torna all'inizio


Psicofarmaci in età prescolare
Si e’ voluta studiare l’incidenza delle terapie psicofarmacologiche nei soggetti in eta’ scolare onde verificare l’impressione empirica che vi sia stato in questo ultimo periodo un aumento delle prescrizioni di tali farmaci. Il gruppo dell’universita’ del Maryland (G.M. Zito e coll.) ha effettuato uno studio retrospettivo sulla diffusione di questi farmaci negli anni 1991,1993 e 1995. Sono stati studiati i bambini dell’eta’ compresa dai 2 e 4 anni. E’ stato riscontrato un netto aumento, dal 1991 al 1995, delle prescrizioni di farmaci agenti sull’S.N.C.: i piu’ usati sono stati gli stimolanti del S.N.C. e, in ordine decrescente, gli antidepressivi, la clonidina, i neurolettici. E' stato riscontrato anche come frequentemente la prescrizione venisse effettuata per quadri clinici per i quali non esisteva una vera indicazione all’uso di psicofarmaci.
Gli autori confermano la necessita’ di ulteriori studi sull’argomento per una piu’ approfondita valutazione del fenomeno.
D.Z. (JAMA 2000; 283:1025-30).
Torna alle Minipillole
Torna all'inizio


Ipertensione e apnee nel sonno
Sono stati studiati oltre 6000 soggetti superiori a 40 anni mediante uno studio multicentrico della durata di 3 anni (1995-1998) teso a studiare le correlazioni tra apnea notturna e altri disturbi del sonno e ipertensione arteriosa. E’ risultata una correlazione significativa tra le alterazioni del sonno e l’aumento della pressione arteriosa sistolica. Tale alterazione era significativa soprattutto nel caso di apnee importanti che sarebbero costituite essenzialmente da quelle in grado di ridurre la saturazione sistemica di O2 di oltre il 4%. La correzione del campione per eta’, indice di massa corporea, sesso, fattori etnici ecc., non ha variato questa correlazione. Questo studio e’ il piu’ vasto effettuato finora sull’argomento e conferma l’associazione tra importanti anomalie del sonno e ipertensione arteriosa.
D.Z. (JAMA 2000;283:1829-36)
Torna alle Minipillole
Torna all'inizio


Utili acido folico e vitamina B6 nell'arteriosclerosi?
Si sta studiando la possibilita’ che concentrazioni plasmatiche elevate di omocisteina costituiscano un fattore di aumento di rischio per malattia aterosclerotica. Non c' e' ancora unanime il consenso se l’aumento di omocisteina sia un effettivo fattore di rischio o semplicemente un fattore associato a tale patologia. All’universita’ di Amsterdam e’ stato condotto uno studio randomizzato su circa 160 soggetti con parentela di I grado verso pazienti con aterosclerosi precoce. E’ stato instaurato un trattamento con supplementazione di acido folico (5 mg.) e vitamina B6 (250 mg./die) contro un gruppo di controllo trattato solo con placebo. Il follow-up e’ durato due anni e i pazienti trattati con supplementazioni hanno dimostrato ridotti tassi ematici di omocisteina; hanno evidenziato anche una ridotta incidenza di anomalie all’ECG sotto sforzo. Non sono state invece rilevate variazioni a livello pressorio o nel numero di complicanze vascolari.
Gli autori concludono che una interazione alimentare di acido folico e vitamina B6 puo’ avere un ruolo nella prevenzione della malattia aterosclerotica.
[Non esiste unanimita' di vedute a questo proposito, in quanto altri studi non confermerebbero queste conclusioni].
D.Z. (Lancet 2000; 355:517-22)
Torna alle Minipillole
Torna all'inizio


Betabloccanti utili nello scompenso cardiaco
Recenti dati sperimentali hanno ribaltato le convinzioni precedenti che i betabloccanti fossero controindicati nei casi di soggetti con scompenso, rivelandosi invece utili anche in tale patologia. Infatti recenti studi hanno evidenziato un chiaro benefico effetto dei betabloccanti nello scompenso cardiaco con riduzione della mortalita’ fino a valori intorno al 35%. Per verificare questi dati e’ stato effettuato uno studio randomizzato su quasi circa 4000 pazienti, gia’ in terapia ottimale, con aggiunta di metoprololo 25 mg. a rilascio lento o 12,5 mg. in formulazione normale, in somministrazione unica. Sono stati esaminati alcuni end-point primari (morte, ricovero in ospedale, ecc.) ed e' stata effettuata una valutazione prima e dopo il trattamento della classe NYHA. I pazienti trattati con metoprololo a lento rilascio hanno mostrato una riduzione degli end-point primari e un miglioramento medio della classe NYHA. Tali risultati sono stati esclusivi del prodotto a lento rilascio. Gli autori concludono che il metoprololo a rilascio ritardato ha dimostrato una riduzione di mortalita’, di tempi di degenza e miglioramento funzionale nei pazienti con scompenso cardiaco. 
D.Z. (Hjalmarson e coll. JAMA 2000; 283:1295-302)
Torna alle Minipillole
Torna all'inizio


Poco affidabile l'emoglobina glicosilata nei soggetti con favismo
Poiche’ in Sardegna e’ presente una elevata percentuale di soggetti con carenza di G6PD ed e’ altresi’ presente un'alta percentuale di soggetti diabetici gli autori hanno voluto studiare la correlazione tra carenza di G6PD e i valori percentuale di HbA1c. Comunemente il rapporto tra glicemia in milligrammi e emoglobina glicosilata e’ all’incirca ?????. Gli autori hanno studiato una popolazione di diabetici non insulino-trattati in trattamento dietetico con ipoglicemizzanti orali. Lo studio ha coinvolto 408 soggetti. E’ stato riscontrato una variazione del rapporto glicemia/HbA1c con una differenza staticamente significativa tra i soggetti carenti e quelli non carenti: in particolare nei soggetti carenti il rapporto e’ aumentato per cui a parita’ di HbA1c e’ da ritenere meglio compensato il soggetto non carente di G6PD. Questo ha indotto gli autori a introdurre dei valori di correzione nella valutazione dell’ambito normale di HbA1c nei soggetti G6PD carenti al fine di una piu’ corretta interpretazione dei valori dell’emoglobina glicosilata. Tale valore di correzione corrisponde a circa 1 punto percentuale di HbA1.
D.Z. (Pisano e al., GIDM n. 1 Giugno 2000)

Torna alle Minipillole

Torna all'inizio


SSRI e sindrome premestruale
Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Selective Serotonin-Reuptake Inhibitors = SSRIs) vengono utilizzati sempre di più come terapia di primo livello per la sindrome premestruale severa. Gli autori hanno effettuato una metanalisi dell’efficacia degli SSRIs in questo disturbo.
Metodi. Sono stati identificati 29 studi sull’uso degli SSRIs nella sindrome premestruale, di cui 14 sono stati esclusi per motivi vari (assenza del gruppo placebo, bassa qualità etc.), mentre sono stati inclusi 15 studi randomizzati controllati versus placebo. Di questi studi sono stati valutati il disegno, i partecipanti, farmaci usati e posologia, misure di esito, effetti collaterali e provenienza dei finanziamenti. Sono state calcolate le differenze medie standardizzate tra gruppi in terapia e gruppi placebo per ottenere una valutazione generale di efficacia. La principale misura di esito è stata una riduzione nei sintomi complessivi di sindrome premestruale.
Risultati. L’analisi principale comprendeva i dati su 904 donne (570 assegnate al trattamento attivo e 435 assegnate al placebo, incluse 101 in trials crossover (n.d.r.: studi in cui i pazienti assegnati inizialmente al gruppo in terapia attiva passano poi al gruppo placebo, e viceversa). La differenza media standardizzata è stata 1.066 (95% IC = 1.381 – 0.750), che corrisponde a una odds ratio di 6.91 (3.90 – 12.2) in favore degli SSRIs. Gli SSRIs sono stati efficaci nel curare sia i sintomi fisici che quelli comportamentali. Non ci sono state differenze significative nella riduzione dei sintomi tra somministrazione continua e intermittente o tra studi finanziati da compagnie farmaceutiche e quelli finanziati in modo indipendente. La sospensione a causa di effetti collaterali è stata da 2 a 5 volte più frequente nei gruppi in trattamento attivo che nei gruppi placebo.
Interpretazione. Gli SSRIs rappresentano una efficace terapia di primo livello per la sindrome premestruale severa. La sicurezza di questi farmaci è stata dimostrata in studi sui disturbi dell’affettività, e gli effetti collaterale a bassi dosaggi sono generalmente accettabili.
Lancet, 30 settembre 2000

Torna alle Minipillole
Torna all'inizio


Batteriuria asintomatica in donne giovani sessualmente attive
Premesse. La batteriuria asintomatica è comune nelle donne giovani, ma poco si conosce riguardo la patogenesi, storia naturale, fattori di rischio e associazione temporale con l’infezione sintomatica delle vie urinarie.
Metodi. Sono state studiate in modo prospettico 796 donne sessualmente attive, non gravide, di età compresa tra i 18 e i 40 anni, per un periodo di sei mesi ricercando la presenza di batteriuria asintomatica (definita come almeno 105 colonie di patogeni delle vie urinarie per millilitro). Le donne erano pazienti di un centro sanitario per studenti universitari oppure di un’organizzazione per il mantenimento della salute (Health Maintenance Organization = HMO). Sono state eseguite periodiche urinocolture, è stato tenuto un diario giornaliero e sono state fatte regolarmente interviste mediante una scheda prestabilita. I ceppi di Escherichia coli sono stati testati per l’emolisina, il genotipo papG e il tipo di RNA ribosomiale.
Risultati. La prevalenza di batteriuria asintomatica (cioè la proporzione di urinocolture con batteriuria in donne asintomatiche) è stata del 5% (IC 95% = 4-6%) nel gruppo delle studentesse universitarie e del 6% nelle donne del gruppo HMO. La batteriuria asintomatica persistente con lo stesso ceppo di E. coli è stata rara. Un’infezione sintomatica delle vie urinarie si è sviluppata nel giro di una settimana nell’8% dei casi in cui l’urinocoltura dimostrava una batteriuria asintomatica, in confronto all’1% dei casi in cui questa non veniva riscontrata (P < 0.001). La batteriuria asintomatica era associata con gli stessi fattori di rischio dell’infezione sintomatica, in particolare l’uso di diaframma più spermicida e i rapporti sessuali.
Conclusioni. La batteriuria asintomatica nelle donne giovani è comune, ma raramente persiste. Essa è un fattore fortemente predittivo di successiva infezione sintomatica delle vie urinarie.
New England Journal of Medicine, 5 ottobre 2000

Torna alle Minipillole
Torna all'inizio


Pillole di buonumore
Oggi: GLI ERRORI (medici e non).


NEWS 

 

Gli ftalati responsabili di anomalie dello sviluppo sessuale
Uno studio condotto su un campione di bambine portoricane evidenzia l'effetto «ormonale» esercitato da queste sostanze contenute in alcune materie plastiche
Le Scienze, 20.09.2000 -
Un'epidemia di sviluppo prematuro della ghiandola mammaria nelle bambine di Puerto Rico ha messo in allerta i pediatri e gli endocrinologi dell’Università di San Juan. Da circa vent’anni i casi di telarca prematuro si verificano con un’incidenza del 7-8 per mille, la più alta di cui si abbia notizia, e in soggetti particolarmente giovani. «Environmental Health Perspectives» di questo mese riporta la relazione dei ricercatori di Puerto Rico su questa casistica e la loro ipotesi che tale anticipata maturazione sessuale sia l’effetto di un gruppo di inquinanti chimici tra i più diffusi, gli ftalati.
Nel sangue delle bambine portoricane colpite sono state trovate infatti tracce di ftalati con una frequenza e in concentrazioni nettamente superiori ai valori riscontrati nelle loro coetanee normali.
I composti di questa classe sono ampiamente utilizzati da una cinquantina d’anni come solventi e come componenti della plastica, e si calcola che ogni anno ne vengano prodotte nel mondo circa 500.000 tonnellate. La loro proprietà di ammorbidire i materiali plastici rigidi ha fatto sì che venissero annoverati anche tra gli «ingredienti» principali di tettarelle, anelli per la dentizione e giocattoli destinati ai bambini più piccoli. I vari ftalati sono tuttavia così ubiquitariamente presenti nella vita quotidiana che l’esposizione può verificarsi già a partire dal periodo embrionale.
Nel 1998, la Consumer Product Safety Commission americana ha richiesto ai fabbricanti di articoli per l’infanzia e di articoli sanitari (contengono ftalati ad esempio le sacche utilizzate per i derivati ematici) di eliminare dai loro prodotti i più tossici tra questi composti, essendo stata sospettata la loro nocività per l’uomo e gli animali e la possibilità che essi vengano rilasciati dalla plastica durante l’uso. E recentemente il National Toxicology Program ha commissionato un rapporto sulla loro pericolosità: gli studi analizzati dagli esperti hanno dato risultati controversi e ancora non definitivi per quanto riguarda alcuni degli effetti patogeni, mentre confermata è la capacità di almeno uno di questi composti, il dietilexilftalato, di danneggiare lo sviluppo dell’apparato riproduttivo maschile già ai comuni livelli di esposizione ambientale.
Monica Oldani

Torna alle news
Torna all'inizio


Parkinson e solventi
Una ricerca italiana evidenza una correlazione tra questa grave malattia neurologica e l'esposizione lavorativa a composti chimici derivati dagli idrocarburi
Le Scienze, 22.09.2000 -
Alcuni ricercatori dell'Istituto del Parkinson di Milano, guidati da Gianni Pezzoli, hanno pubblicato una ricerca sul giornale dell'Accademia Americana di Neurologia in cui si evidenzia un legame diretto fra il morbo di Parkinson e l'esposizione a solventi derivati da idrocarburi. Il morbo di Parkinson, causato dalla degenerazione e morte di neuroni produttori di dopamina nei nuclei della base del cervello, provoca una progressiva perdita di controllo dei movimenti, il cui sintomo più conosciuto è il continuo tremore delle mani. Questa malattia colpisce sopratutto persone anziane e, a parte un temporaneo sollievo dei sintomi dato dalla somministrazione di farmaci che imitano la dopamina, non esistono attualmente cure che impediscano il progressivo aggravarsi dei sintomi fino alla morte del paziente.
Fino ad ora c'erano molte congetture e pochi fatti certi in merito alle cause scatenanti del Parkinson, si sapeva però che l'intossicazione da alcune sostanze, come l'ossido di carbonio, provoca sindromi non permanenti ma con sintomatologia analoga. I ricercatori italiani hanno esaminato l'andamento della malattia in 990 soggetti, scoprendo che quelli che per motivi di lavoro avevano avuto prolungati contatti con composti organici, come i solventi clorurati o il benzene, avevano sviluppato il morbo di Parkinson in media tre anni prima degli altri ed avevano sofferto sintomi di gravità maggiore della media in misura proporzionale al grado di esposizione. Il 91 per cento dei pazienti di questo gruppo aveva svolto solo 9 tipi diversi di lavoro, quelli con i livelli di esposizione più alta sono risultati essere gli operai di fabbriche petrolchimiche e della gomma ma anche meccanici, litografi e verniciatori hanno mostrato di aver assorbito nella loro vita lavorativa alte dosi di solventi organici.
C'è però da notare che, al di là delle notevoli dosi assorbite sull'ambiente di lavoro, composti chimici di questo tipo sono presenti in migliaia di prodotti della vita di ogni giorno, dai carburanti, alle colle, alle vernici sintetiche. Resta quindi completamente da chiarire quale impatto possa avere, nello sviluppo e decorso del Parkinson, il contatto quotidiano con bassi livelli di sostanze di questo tipo nell'aria delle città e degli ambienti chiusi.
Alessandro Saragosa

Torna alle news
Torna all'inizio


Mal di schiena: zainetti “responsabili” per 1 scolaro su 2
Milano, 25 settembre -Adnkronos - Zainetti scolastici sotto accusa. Provocano mal di schiena al 46,1% degli alunni, quasi un ragazzo su due, sono troppo pesanti per il 79,1% e causano fatica al 65,7%. Fatica che, associata al tempo trascorso portando sulle spalle un 'fardello' troppo pesante rispetto al limite raccomandato (10-15% del peso corporeo), e' a sua volta correlata con problemi alla schiena. Sono i risultati dell'Italian Backpack Study, riferiti sabato scorso nell'ambito della Giornata per la salute dell'eta' evolutiva, promossa dalla Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus di Milano.

Torna alle news
Torna all'inizio


Esercizio fisico per vincere la depressione
Uno studio clinico confronterà gli effetti di un farmaco antidepressivo con quelli della sola attività fisica continuativa

Le Scienze, 26.09.2000 -
«Datti una mossa», si dice spesso ai depressi. Sembra che questo sia proprio uno dei casi in cui il senso comune ci azzecca. Un nuovo studio clinico, condotto dai ricercatori del Duke University Medical Center di Durhan, finanziato con 3 milioni di dollari dal National Institute of Mental Health , intende confermare come il moderato ma continuativo esercizio fisico, combatta davvero la depressione, come già hanno evidenziato ricerche precedenti, e, in più, vuole contribuire a comprendere perché ciò succeda.
Studi come questo sono ben motivati: occorre ricordare che un terzo delle persone colpite dal «male oscuro» non reagisce al trattamento farmacologico (che, comunque, comporta sempre effetti collaterali), e dunque è necessario individuare nuovi e alternativi approcci terapeutici.
Nei prossimi cinque anni, i ricercatori arruoleranno 216 volontari, con più di 54 anni, sedentari e con diagnosi di depressione maggiore. Metà di essi - scelti a caso - assumeranno un farmaco, la sertralina (commercializzata come Zoloft), un antidepressivo della diffusa classe degli inibitori della ricaptazione della serotonina (lo stesso usato negli studi precedenti); gli altri faranno solo esercizio fisico. Diversamente dagli studi precedenti, in questo esperimento sarà usato anche il placebo e i volontari «sportivi» saranno a loro volta suddivisi due gruppi: alcuni praticheranno attività in palestra, quindi stimolati e sostenuti dagli istruttori e dalla compagnia, mentre altri faranno ginnastica a casa propria, per «filtrare» in questo modo l'influenza euforizzante dell'atmosfera piacevole o del lavorare in compagnia. L'attività consisterà in un esercizio moderato da compiersi tre volte alla settimana, per entrambi i gruppi.
Al centro dell'attenzione di questo studio è la cosiddetta depressione vascolare, una forma di depressione finora poco studiata, collegata ad alterazioni della circolazione sanguigna in sede cerebrale. I depressi «vascolari» (prevalentemente, ma non solo, soggetti anziani con disturbi cardiocircolatori o diabete) spesso non rispondono agli antidepressivi chimici.
«L'esercizio fisico aiuta a controllare i fattori di rischio nelle malattie cardiache, sembra logico che possa aiutare anche i pazienti con depressione vascolare», ha commentato Murali Doraiswamy, psichiatra del Duke University Medical Center che partecipa all'esperimento.
Anna Mannucci

Torna alle news
Torna all'inizio


Olio d’oliva: scoperto potente antiossidante
Palma di Maiorca, 5 ottobre - Adnkronos - Individuato un potentissimo antiossidante nel condimento cardine della dieta mediterranea: l'olio d'oliva. Si tratta dei lignani, una nuova potente arma contro l'ossidazione cellulare appartenente alla classe dei fenoli, scoperti da un pool di ricercatori europei tra cui l'italiano Attilio Giacosa, dell'Istituto Tumori di Genova, che ha presentato a Palma di Maiorca il suo studio pubblicato su Lancet Oncology di ottobre.

Torna alle news
Torna all'inizio


Aperta la strada verso un superantibiotico
La nuova molecola sembra in grado di disattivare un enzima indispensabile per la sopravvivenza dei batteri
Le Scienze, 05.10.2000 -
Da quando si è scoperta la capacità dei batteri di adattarsi agli antibiotici, rendendo questi ultimi sempre meno efficaci, è iniziata una specie di corsa agli armamenti fra i ricercatori e gli indesiderati ospiti del nostro corpo. Più i batteri sviluppano difese contro le sostanze che usiamo contro di loro e più i laboratori sfornano medicinali sempre più potenti. In quest'ottica, un gruppo di farmacologi dell'Università del Michigan ha testato in vitro 150.000 composti chimici, senza neanche conoscerne l'identità, per scoprire quale di essi fosse più efficace contro un enzima fondamentale nel metabolismo dei batteri gram-negativi. I batteri gram-negativi, che non possono cioè essere colorati con il metodo Gram,
comprendono molti fastidiosi e pericolosi microrganismi patogeni, fra i quali Escherichia coli, la legionella e il vibrione del colera. Nella produzione del loro rivestimento cellulare questi batteri usano tutti un enzima, la KDO 8-P sintetasi, che produce sporgenze composte di polisaccaridi simili ad antenne. Queste antenne vengono usate dal batterio per molte funzioni, fra le quali la difesa contro gli antibiotici. PD 404182, questo il nome del composto trovato dai farmacologi americani, è 10.000 volte più efficace di qualsiasi altro medicinale in grado di inattivare il funzionamento dell'enzima e, teoricamente, dovrebbe uccidere con efficacia tutti i batteri che dipendono dalla KDO 8-P sintetasi per sopravvivere. Diciamo teoricamente perchè, una volta provato su colture di batteri, PD 404182 si è dimostrato molto meno efficace del previsto. Il problema risiede nella sua struttura molecolare, troppo grande e ingombrante per penetrare efficacemente nelle cellule dei batteri. Il prossimo passo dei ricercatori del Michigan sarà quindi quello di investigare la struttura della nuova molecola, isolarne il sito di attività, quello cioè che interagisce con l'enzima batterico, e «montarlo» su un supporto più agile che venga assorbito più facilmente dai batteri. A quel punto, in questa microcorsa agli armamenti, toccherà ai batteri trovare una difesa efficace contro questa specie di «arma finale».
Alessandro Saragosa

Torna alle news
Torna all'inizio


Altri buoni motivi per non fumare in gravidanza
 Studi britannici e olandesi evidenziano correlazioni tra alcuni disturbi dei bambini nella prima infanzia e il consumo di tabacco durante la gestazione
Le Scienze, 06.10.2000 - Nuove ricerche confermano, se ce ne fosse bisogno, la nocività delle sigarette in gravidanza. Il nascituro subisce danni non soltanto se la madre fuma, ma anche dall'esposizione al fumo passivo. I bambini nati da fumatrici presentano un più alto rischio di soffrire di respiro affannoso e di asma vera e propria. Lo dice uno studio condotto da Andrew Lux, della Bath Unit for Research in Paediatrics presso lo Royal United Children's Hospital di Bath, in Inghilterra. Nell'ambito dell'ALSPAC (Avon Longitudinal Study of Parents and Children), più di 8500 donne gravide sono state tenute sotto osservazione anche per quanto riguarda l'abitudine al fumo. Si è poi visto che nei bambini tra i 18 e i 30 mesi, uno su cinque soffriva di respiro affannoso, e il rischio era più alto nei figli di quante avevano fumato in gravidanza (il periodo considerato è importante, perché successivamente questo problema respiratorio può essere causato da infezioni). Forse inaspettatamente, nella stessa ricerca si è visto che anche l'esposizione al fumo passivo provoca effetti analoghi. Le sigarette sono colpevoli di circa l'1,5 di problemi di affanno nei piccoli, ci sono poi ovviamente altri fattori di rischio, come una storia familiare di asma, l'essere maschi, le condizioni abitative eccetera. Di questi fattori, comunque, il fumo sarebbe il più facile da eliminare.
Secondo un altro studio olandese (condotto dalla Sijmen Reijneveld Institution, a Leida) i figli di forti fumatrici (15-50 sigarette al giorno) soffrono di coliche il doppio dei figli di non fumatrici. Lo si è appurato intervistando un campione rappresentativo di genitori di più di 3000 bambini di età superiore ai sei mesi. Le coliche venivano identificate da specifici comportamenti di pianto che duravano più di tre ore al giorno per più di tre giorni alla settimana.
Anna Mannucci

Torna alle news
Torna all'inizio


La durata della vita umana è senza limiti?
Lancet, 7 ottobre 2000 -  L’età massima al momento della morte per gli esseri umani è andata fortemente aumentando per oltre un secolo e non sembra rallentare, dice il demografo John Wilmoth (University of California, Berkeley, CA, USA). “Contrariamente al credo comune, che è stato asserito in molti articoli scientifici, non c’è un limite fisso alla durata della vita umana”, spiega Wilmoth. “Si è detto che possiamo estendere la durata della vita media, ma non la massima; che ci saremmo scontrati con questo limite, cioè che la durata della vita non può aumentare ulteriormente a meno che non si alteri geneticamente l’organismo. Ma noi stiamo dimostrando che non si può tracciare una linea e dire: - oltre questa età, nessuno può vivere -.” Wilmoth e collaboratori hanno analizzato i dati demografici nazionali svedesi dal 1861 al 1999, la più grande collezione disponibile di informazioni attendibili sui limiti superiori raggiunti di durata della vita umana. Essi hanno trovato un aumento dell’età massima al momento della morte di circa un anno ogni due decadi fino al 1970, quando l’età massima era mediamente 105 anni, e quindi un’improvvisa accelerazione di un anno per ogni decade, fino a circa 108 anni negli anni 90’. L’analisi ha dimostrato che gli incrementi nella durata della vita sono il risultato dei progressi nella medicina e nella sanità pubblica fatti nel corso del secolo, non di una base di popolazione più ampia. La spinta in alto negli anni 70’ è attribuibile soprattutto alla riduzione della mortalità tra gli ultrasettantenni (Science2000; 289: 2366-68).

“Si è detto a lungo che gli umani non possono vivere oltre i 120 anni, ma questo numero è stato superato” enfatizza Wilmoth. “Abbiamo già un caso ben documentato di qualcuno che è vissuto fino all’età di 122 anni (Jeanne Calment, che è morta in Francia nel 1997). Non mi sorprenderebbe se il record mondiale fosse 125 o 150 per l’anno 2050”, egli predice.
Marylinn Larkin

Torna alle news
Torna all'inizio


Regno Unito: mortalità per cancro della mammella ridotta di un terzo
British Medical Journal, 7 ottobre 2000 – Il Regno Unito ha visto una riduzione senza precedenti dell’indice di mortalità per cancro mammario nel corso degli anni 90’, secondo quanto risulta da una nuova analisi. I ricercatori ritengono che il miglioramento si dovuto principalmente alla migliore terapia, specialmente l’ampio uso del farmaco tamoxifene.
”E’ la prima volta che i miglioramenti nel trattamento di qualsiasi tipo di cancro hanno prodotto un così rapido abbassamento dei tassi nazionali di mortalità”, dice sir Richard Peto, docente di statistica medica all’Università di Oxford. Peto ha presentato la settimana scorsa i risultati di una supervisione di 300 studi di terapia, che hanno coinvolto circa duecentomila donne in tutto il mondo, alla seconda conferenza europea sul cancro della mammella a Brussels.
Fino agli ultimi anni 80’ i tassi di mortalità per cancro mammario aumentavano pesantemente in molte nazioni dell’Europa occidentale, sebbene non negli Stati Uniti. Le cause dell’aumento in Europa non erano chiare, dice Peto, sebbene le gravidanze più tardive, il menarca più precoce, e altre influenze ormonali fossero probabilmente più importanti. Ma, sin dal 1990, il tasso di mortalità per cancro mammario si è ridotto nel Regno Unito di circa il 30% in generale. Anche gli Stati Uniti hanno visto una riduzione, ed altre nazioni europee stanno iniziando a seguire l’esempio.
L’uso di terapie adiuvanti dopo la chirurgia – tamoxifene, chemioterapia, e radioterapia mirata – possono spiegare molto del miglioramento in Gran Bretagna, dice Peto, insieme con una diagnosi più precoce della malattia mediante lo screening. Il tamoxifene può particolarmente aiutare a spiegare il caso britannico perché i medici britannici hanno iniziato ad usarlo ampiamente intorno al 1985, prima che negli Stati Uniti o in altre nazioni europee.
Siccome la terapia sta ancora migliorando in Gran Bretagna e altrove, dice Peto, si aspetta che i tassi di mortalità continuino a scendere.

Phyllida Brown
, Exeter

Torna alle news
Torna all'inizio


Nuove speranze di un vaccino anti-AIDS
Per ora, però, nessuna informazione sulla durata della risposta immunitaria stimolata dal trattamento
Le Scienze,
19.10.2000 - Un vaccino a DNA, combinato con un'ulteriore proteina del sistema immunitario produce, in gergo pugilistico, un «uno-due» che sembra controllare il virus dell'AIDS e prevenire lo sviluppo della malattia nelle scimmie. Questo, almeno, è quanto riportato in un articolo pubblicato su «Science» di domani da un gruppo di ricerca del Beth Israel Deaconess Medical Center and Harvard Medical School di Boston
Questo «vaccino-più» non ha impedito che le scimmie venissero infettate dal virus, ma il trattamento ha rafforzato la risposta immunitaria degli animali a tal punto che i livelli del virus nel sangue non erano più misurabili. Inoltre, le scimmie non mostravano sintomi di malattia o di patologie opportunistiche conseguenti all'infezione.
Il risultato di questo studio suggerisce - secondo Dan H. Barouch, alla guida del gruppo che ha effettuato la scoperta - che «una potente risposta immunitaria stimolata dal vaccino potrebbe drasticamente mutare la prognosi clinica di un'infezione da AIDS».
Oltre a prevenire il pieno sviluppo della malattia - sempre secondo gli autori della ricerca - questo tipo di vaccino potrebbe diminuire il tasso di trasmissione dell'infezione, riducendo i livelli di replicazione virale negli individui vaccinati.
Il «rimedio» escogitato da Dan Barouch e da Norman Letvin e collaboratori contiene DNA del nucleo e del capside virale, progettato per rafforzare la risposta immunitaria dei linfociti T killer CD8+, che individuano e distruggono le cellule portatrici del virus. Nell'infezione da SIV e da HIV, i portatori del virus sono i linfociti T helper, noti anche come CD4+. Studi recenti indicano che le due classi di linfociti hanno un ruolo critico nel controllare la replicazione del virus sia nell'uomo sia nelle scimmie.
Nella speranza di rafforzare la risposta immunitaria nelle scimmie vaccinate, i ricercatori hanno appaiato al vaccino una proteina di fusione costituita da interleuchina-2 e da una porzione di immunoglobulina G.
Le scimmie trattate con la terapia combinata hanno mostrato una risposta immunitaria decisamente più elevata rispetto a quelle che hanno ricevuto il solo vaccino. Risposta la cui importanza è stata chiara quando i ricercatori hanno iniettato nelle scimmie una combinazione di virus SIV/HIV altamente patogena. Centoquaranta giorni dopo l'iniezione del virus le scimmie che avevano ricevuto il trattamento combinato mostravano valori più elevati sia di CD8+ sia di CD4+ rispetto alle altre, livelli di virus praticamente non rilevabili e nessuna evidenza di AIDS clinico. Al contrario, le scimmie non vaccinate soccombevano rapidamente al virus, mentre quelle che avevano ricevuto il solo vaccino mostravano una risposta intermedia.
Su queste basi, gli autori ritengono che possano essere individuate altre strategie analoghe in grado di contrastare l'infezione da HIV. Non si esprimono però, almeno per il momento, sulla durata della risposta immunitaria stimolata dalla terapia combinata.
Marco Cattaneo

Torna alle news
Torna all'inizio


Il gene della morte improvvisa
Il meccanismo genetico scoperto grazie a un ricerca durata cinque anni
Le Scienze, 19.10.2000 - La morte per improvviso arresto cardiaco, che provoca decine di migliaia di morti all'anno nel mondo, potrebbe avere la sua causa in un difetto genetico. Nelle persone affette da questa sindrome il cuore cessa improvvisamente di battere regolarmente ed entra in fibrillazione. In questa fase, se il cuore non riesce rapidamente a riprendere il suo ritmo normale, il sangue cessa di circolare e la persona muore.
L'unica cura disponibile per chi soffre di questo difetto cardiaco è l'uso di pacemaker elettrici che interrompono l'aritmia ventricolare e consentono al cuore di riprendere il ritmo normale. Ma uno degli aspetti più pericolosi di questa sindrome è dato proprio dal fatto che talvolta essa resta asintomatica per decenni, e quando improvvisamente si manifesta è spesso fatale. Il dottor Van T. B. Nguyen-Tran dell'Istituto di medicina molecolare dell'Università della California a San Diego ha scoperto che una mutazione genetica nei topi, che riguarda il gene HF-1b, impedisce la regolare formazione delle cellule del muscolo cardiaco che mantengono costante il ritmo del cuore.
Nello sviluppo embrionale del cuore, un piccolo gruppo di normali cellule cardiache si trasformano in cellule dotate della capacità di regolare il ritmo delle contrazioni. Questo cambiamento nel destino delle cellule del cuore è dovuto all'attivazione di un piccolo gruppo di geni, che a loro volta vengono attivati da specifiche proteine-interruttori, chiamati fattori di trascrizione. Uno di questi fattori, l'HF-1b è prodotto dal gene omonimo.
In una ricerca durata cinque anni Nguyen-Tran ha allevato topi da laboratorio in cui il gene HF-1b era stato reso inattivo. I topi sembravano svilupparsi normalmente ma circa il 60 per cento di loro moriva di improvviso arresto cardiaco, inoltre l'esame del loro elettrocardiogamma ha mostrato nei tracciati le stesse anomalie che si registrano nelle persone che soffrono della sindrome. Per realizzare elettrocardiogrammi continui su animali così piccoli gli scienziati californiani hanno dovuto farsi costruirsi apparecchiature miniaturizzate, simili a quelle usate per controllare gli animali in natura, che trasmettevano i risultati a un computer via radio.
La scoperta, che deve essere ancora confermata nell'uomo dallo studio del tessuto cardiaco di persone colpite dalla sindrome, potrebbe servire per realizzare rapidamente un test diagnostico in grado di individuare in tempo le persone a rischio.
Alessandro Saragosa

Torna alle news
Torna all'inizio


Latte: gli italiani non lo digeriscono
Firenze, 20 ottobre - Adnkronos - Il 70 per cento degli italiani adulti non digerisce il latte a causa di un particolarissimo difetto genetico. Ne ha dato notizia il professor Michele Di Stefano, della Cattedra di Gastroenterologia dell'Universita' di Pavia, intervenendo a Firenze al congresso internazionale 'Il nostro amico scheletro' organizzato in occasione della Quinta Giornata Mondiale dell'Osteoporosi. Si tratta del risultato di una ricerca quinquennale, iniziata nel 1995, che ha analizzato le reazioni alimentari di 2000 persone comprese tra i 18 e gli oltre 90 anni. ''Come tutti gli esseri umani del pianeta'', ha spiegato il professor Di Stefano, ''anche gli italiani nascono con un enzima, chiamato lattosi, che interviene nel processo digestivo di latte e latticini. Un difetto genetico di origine sconosciuta provocata pero', con l'invecchiamento, una progressiva riduzione dell'attivita' di questo enzima e, di conseguenza, una crescente incapacita' di digerire latte e derivati''.

Torna alle news
Torna all'inizio



APPROFONDIMENTI

Farmaci e favismo: revisione su dati recenti e ufficiali

Nelle Pillole dell' Aprile 2000 e' gia' stato pubblicata una esauriente recensione di un articolo sul deficit di G6PD (Marradi, 1993). In tale articolo venivano  esaurientemente discusse le conoscenze sull' etilolgia, le varianti genetiche, le possibili interferenze con alimentazione e farmaci.
Il Bollettino d' informazione sui Farmaci, edito dal Ministero della Sanita', n. 2 del 2000 riporta un elenco aggiornato di farmaci e sostanze proibite o sconsigliate nei soggetti affetti da tale carenza enzimatica.
Dato il carattere "ufficiale" che riveste tale pubblicazione (con le ovvie implicazioni professionali e medico-legali) abbiamo ritenuto utile pubblicare l' elenco precedente aggiornandolo con le segnalazioni attuali.

  Elenco dei farmaci da evitare in maniera assoluta  in tutte le forma di carenza

Sostanza

Categoria di appartenenza ed ev. note Bollettino attuale (rispetto art. prec).
1. Doxorubicina (Antitumorale) Non Riportato
2. Furazolidone (Chemioterapico) Confermato
3. Acido nalidixico (Chemioterapico) Confermato
4. Nitrofurantoina (Chemioterapico) Confermato
5. Sulfacetamide (Chemioterapico) Confermato
6. Sulfametoxazolo (Chemioterapico) Confermato
7. Sulfanilamide (Chemioterapico) anche per uso esterno. Confermato
8. Sulfapiridina (Chemioterapico) La sulfapiridina è un componente della sulfasalazina: Confermato
9. Sulfasalazina V. sopra Confermato
10 Sulfadimidina (chemioterapico) Aggiunto
11. Primachina (Antimalarico) Confermato (1)
12. Blu di metilene (v. Metiltioninocloruro) (Terapia metaemoglobinemia; Evidenziatore fistole) Non riportato
13. Niridazolo (Antielmintico) Confermato
14. Naftalina (Antitarme) Usata in passato come antielmintico e nel trattamento della pediculosi e della scabbia Confermato il Naftalene
15. Acetanilide (Analgesico-antipiretico) (non più usato) Non riportato
16. Fenilidrazina (Anti-policitemia -- non più utilizzato) Non riportato
17. Tiazole sulfone (Antilebbra) Non riportato
18. Blu di toluidina (Evidenziatore tumori) Non riportato
19. Trinitrotoluene (Esplosivo) Non riportato
20. Fenazopiridina (Analgesico urinario) (non in commercio in Italia) Non riportato
21. Pamachina (Antimalarico) (non in commercio in Italia) Aggiunto
22. Chinina (Antimalarico) Aggiunto: puo' essere usato, se necessario, ma sotto sorveglianza, nella malaria acuta.
23. Vitamina K (Vitamina) " 1 mg. di menadiolo puo' essere usato nella profilassi della mal. emorragica del neonato".
24. Probenecid (Antigottoso) Aggiunto
25. Chinidina (Antiaritmico Aggiunto
26. Dapsone (sulfonamidico) Aggiunto. (2)
27. Sulfoxone (sulfonamidico) Aggiunto (Dosi moderate sembrano innocue)
28. Glucosulfone sodico Sulfone (non in commercio in Italia) Aggiunto
29. Chinolonici vari (Ciprofloxacina, Enoxacina, Levofloxacina, Lomefloxacina, Norfloxacina, Ofloxacina, Pefloxacina, Rufloxacina) Chinolonici Aggiunti
30. Nitrofurazone (Antibatterico)non in commercio in Italia Aggiunto
31. Ac. Paraminosalicilico (antibatterico) Aggiunto
32 Beta-naftolo Antielmintico Non in commercio in Italia Aggiunto
33. Stibofene Antielmintico Non in commercio in Italia AggiuntoAntielmintico Non in commercio in Italia
34. Metiltioninocloruro Disinfettante urinario a base di blu di metilene Aggiunto
35. Dimercaprolo Aggiunto

1= Consentito in caso di necessita', a dosi ridotte sotto controllo (30 mg. la settimana per 8 settimane)
2= In dosi elevate puo' provocare crisi emolitiche anche in sogg. normali.

Sostanze che vanno usate con precauzione:

1. Paracetamolo antipiretico analgesico Non sconsigliatonell' aggiornamento attuale, anzi consigliato in luogo dell' Aspirina nei casi in cui questa non sia indispensabile
2. Fenacetina " "Dosi moderate sembrano innocue"
3. Acido acetilsalicilico " Da evitare nella forma di carenza Mediterranea, Asiatica e Mediorientale. Permesso nei casi di assoluta necessita' alle dosi di 1 g. con le dovute cautele.
4. Aminopirina (amidopirina) " Non riportata
5. Antipirina " Non riportata
6. Fenilbutazone " Non riportato
7. Cloramfenicolo Antibiotico Da evitare nella forma di carenza Mediterranea, Asiatica e Mediorientale.
8. Streptomicina " Non riportato.
9. Isoniazide chemioterapico anti-TBC Non riportato.
10. Sulfacitina chemioterapico Non riportata
11. Sulfadiazina " Non riportata
12. Sulfaguanidina " Non riportata
13. Sulfamerazina " Non riportata
14. Sulfametossipiridazina " Non riportata
15. Sulfisoxazolo "  Non in commercio in Italia Da evitare nella forma di carenza Mediterranea, Asiatica e Mediorientale.
16. Trimetoprim " Citato in associazione con sulfamidico: vietato.
17. Clorguanidina antimalarico Non riportato
18. Clorochina " Da evitare nella forma di carenza Mediterranea, Asiatica e Mediorientale. Puo' essere usato sotto sorveglianza nella malaria acuta.
19. Chinina " V. tab.precedente
20. Pirimetamina antimalarico, antipneumocisti Non riportato.
21. Acido ascorbico (vit. C) vitamina Non riportato.
22. Menadione Na bisolfito " Non riportato.
24. Fenitoina anticonvulsivante Non riportato
25. Colchicina antiartritico Non riportato
26. Difenidramina antistaminico Non riportato
27. L-dopa antiparkinsoniano Non riportato
29. Procainamide idrocloruro antiaritmico Non riportato
31. Antazolina antistaminico-decongestionante nasale Non riportato
32. Benzexolo antiparkinsoniano Non riportato
33. Menaptone vitamina K Da ritenersi analogo a quanto detto per la Vit. K
34. Acido para-aminobenzoico vitamina H Non riportato
35. Tripelenamina antistaminico Non riportata
Consigli terapeutici pratici 

A. Antibiotici e chemioterapici
In caso di necessità possono esse re assunti senza pericolo di crisi: l'ampicillina, l'amoxicillina, l'amoxicillina + ac. clavulanico, le cefalosporine, i macrolidi, le ureidopenicilline, gli aminoglicosidi, gli aminopeptidi. 
L'associazione sulfametoxazolo-trimetoprim, che trova indicazione in pediatria soprattutto nell'otite e nelle infezioni delle vie urinarie, è vietata. Numerosi sulfamidici sono stati segnalati come responsabili di crisi emolitiche.
Proibiti i chinolonici.

B. Antipiretici, antinevralgici, antinfiammatori
Acido acetilsalicilico: Numerosi studi dimostrano che l'aspirina a dosi normali antipiretiche non è responsabile della crisi emolitica eventuale; questa sarebbe causata dall'infezione. Emolisi, tuttavia, è stata dimostrata dopo ingestione di aspirina in soggetti con G6PD A--, nelle varianti Asiatiche e Milwokee. Va riservato ai casi in cui non sia sostituibile da paracetamolo o altri FANS diversi. 
Paracetamolo: non ha effetto emolitico in numerose varianti di deficit di G6PD (G6PD A--, Canton, Mahydol). Sono segnalati casi di emolisi in corso di infezione ma un ampio studio italiano dimostra l'assenza di effetto emolitico in bambini affetti da deficit di tipo mediterraneo. In caso di necessità, a qualsiasi età, può essere somministrato senza alcun pericolo il paracetamolo a dosi antipiretiche (20-40 mg/kg/die). E' infatti consigliato dal Ministero al posto dell' Aspirina.
La fenazopiridina è da evitare in maniera assoluta.
L'aminopirina, l'antipirina, la fenacetina e il fenilbutazone
sono riportati fra i farmaci "dubbi". Non esistendo dati di valutazione rigorosa di questi farmaci in pazienti affetti da deficit di G6PD, è conveniente non utilizzarli.

Daniele Zamperini 10/2000

Torna ad Approfondimenti
Torna all'inizio  


Pillole di buonumore
Oggi: GLI ERRORI (medici e non).
(Da: "Ridiamocisopra"del dott. Zap  www.piazzetta.sfera.net )


MEDICINA LEGALE E NORMATIVA SANITARIA 
  Rubrica gestita dall' ASMLUC: Associazione Specialisti in Medicina Legale Universita' Cattolica

Linee guida per rilascio certificazione idoneita' sportiva non agonistica (Reg. Toscana)

REGIONE TOSCANA GIUNTA REGIONALE - ESTRATTO DAL VERBALE DELLA SEDUTA DEL 01-08-2000 (punto N. 39. ) Delibera N .850 del 01-08-2000
Oggetto: APPROVAZIONE LINEE GUIDA PER IL RILASCIO DELLA CERTIFICAZIONE DI IDONEITA' ALLO SPORT NON AGONISTICO.
LINEE GUIDA PER IL RILASCIO DELLA CERTIFICAZIONE DI IDONEITA’ ALLO SPORT NON AGONISTICO
1. PREMESSA
La Legge Regionale 15 dicembre 1994 n.94 definisce all’Art. 1, comma 4 l’attivita' sportiva non agonistica come quella… "praticata in forma organizzata dalle Federazioni sportive, dagli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI e dal Ministero della Pubblica Istruzione relativamente alle fasi comunali, provinciali e regionali dei giochi della gioventu'. Tale attivita' si differenzia da quella agonistica per l’impegno minore, l’aspetto competitivo non mirato al conseguimento di prestazioni sportive di elevato livello, assenza di vincolo di eta' per intraprendere l’attivita' sportiva".
L’attivita' sportiva non agonistica risulta nettamente distinta, in base a quanto previsto dall’art.1 della L.R.94/94, dall’attivita' ludico motoria e ricreativa, intesa come attivita' svolta singolarmente o in gruppo per esclusivi fini igienico – ricreativi, praticata in forma occasionale e non continuativa. Quest’attivita' puo' essere organizzata da istituzioni varie, da enti ed associazioni, anche affiliati al CONI, senza comunque mutarne la natura ludico motoria.
2.........................
3. MODALITA' DI RICHIESTA
La richiesta della certificazione per attivita' sportiva non agonistica deve essere effettuata, sia dalle Scuole che dalle Societa' Sportive, esclusivamente sugli appositi moduli regionali debitamente compilati (Deliberazione della Giunta Regionale n° 620 del 2/6/97)
4. MODALITA’ DI RILASCIO
La L.R. 94/94 e la Circolare esplicativa della Giunta Regionale n.31 del 09.10.95 (punto 5), affermano che per il rilascio della suddetta certificazione e' sufficiente la visita clinica generale. Soltanto in caso di dubbio diagnostico che pregiudichi l’idoneita' del soggetto, il
medico potra' richiedere interventi di consulenza e/o accertamenti sanitari. Non esistono pertanto esami che, secondo le disposizioni vigenti, devono essere obbligatoriamente effettuati
5. ONERE DELLA CERTIFICAZIONE
5.1 Le certificazioni per attivita' non agonistica richieste, su apposito modulo regionale, dal Provveditorato agli Studi per attivita' parascolastiche (punti a e c del D.M. 28.03.83) sono gratuite se rilasciate dal Medico di Medicina Generale (art. 31 DPR n. 484 del 1996) e dal Pediatra di Libera Scelta (art. 31 DPR n. 613 del 1996). Sono a pagamento se rilasciate dall’Azienda Sanitaria e dagli ambulatori di medicina dello sport autorizzati e accreditati.
5.2 Le certificazioni per attivita' non agonistica richieste, su apposito modulo regionale, dalle Federazioni Nazionali e dagli enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI (punto b del DM 28.03.83) sono sempre a pagamento anche se rilasciati dal medico di medicina generale e dal pediatra di libera scelta.
5.3 In tutti i casi eventuali accertamenti ritenuti necessari ai fini della idoneita', sono soggetti alle vigenti norme in materia di compartecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria
6. ...........................
6.5 In ogni caso la visita ed il rilascio della certificazione di idoneita' alla pratica non agonistica dello sport non possono avvenire presso palestre o societa' sportive, o strutture mobili (camper), né il rilascio puo' essere effettuato da medici diversi dal proprio medico curante o pediatra di libera scelta, né da specialisti in medicina dello sport non operanti in ambulatori di medicina dello sport pubblici o muniti di autorizzazione regionale per l’attivita' specifica e accredito dell'Azienda Sanitaria.

(Da una e-mail del dott. Mauro Barsotti del 15/09/2000)

Torna a Medicina Legale
Torna all'inizio


L'accertamento di paternità non gode di esenziona IVA (Sentenza C.E.)
E’ stata emessa una importante sentenza dalla Corte di Giustizia delle Comunita’ Europee, V Sez., 14 Settembre 2000, causa C-384/98 una importante decisione: l’esame genetico per accertamento di paternita’ non e’ esente a fini I.V.A in quanto non attivita’ di diagnosi e cura.
La Corte ha stabilito che l’esenzione stabilita dalla direttiva 77/388/CEE riguardava solo le prestazioni che specificamente mirano alla salvaguardia della salute della persona. Non rientrano in ess altre prestazioni, come gli esami genetici, utili ad accertare la paternita’.
Viene sentenziato percio’ che "non rientrano nell’ambito dell’ applicazione di tale disposizione le prestazioni mediche che consistono non gia’ nel somministrare cure alle persone mediante diagnosi o trattamenti di una malattia o di qualsiasi altro problema di salute, bensi’ nello stabilire con analisi biologiche l’affinita’ genetiche di individui. Il fatto che il medico che agisce in qualita’ di perito sia stato incaricato da un Giudice e’ irrilevante al riguardo".
Tale decisione puo’ avere una grossa ripercussione in Italia in quanto finora veniva applicato con una certa larghezza l’art. 10 del D.P.R. 633/72 il quale esenta da I.V.A tutte le prestazioni sanitarie di diagnosi cure e riabilitazione rese alla persone da soggetti esercenti arti sanitarie.
La dizione, generica e ampia, e’ stata sempre interpretata dall’amministrazione finanziaria italiana in senso molto lato per cui e’ stata spesso concessa esenzione a tutte quelle prestazione rese dai medici anche se non strettamente legate alla cura e alla abilitazione soggettiva: perizie di parte, perizie giudiziali, perizie assicurative, consulenze INPS o INAIL ecc.
Ora alla luce della Sentenza della Corte Europea e’ possibile una reinterpretazione di tale DPR con una riconduzione sotto il regime I.V.A di tutte o parte di queste prestazioni.

Daniele Zamperini (fonti: Giofil; "Sole 24 Ore"; rag. Enrico Pinci, consulente fiscale FIMMG)

Torna a Medicina Legale
Torna all'inizio


Responsabilità disciplinare del medico per pratiche non sperimentali e prive di riscontro scientifico
( Cassazione - Sezione terza civile - Sent. n. 5885/2000 - Presidente F. Sommella - Relatore A. Segreto )

Un sanitario, accusato di aver effettuato pratiche terapeutiche non validate in collaborazione con persona estranea alla categoria medica, e' stato assolto in sede penale in quanto, non avendo effettuato vera attivita' terapeutica, non poteva essere giudicato colpevole di concorso in esercizio abusivo della professione. Proprio il fatto che tale attivita' non fosse riconosciuta come effettivamente terapeutica, pero', induceva un procedimento disciplinare conclusosi con la radiazione dall' Albo. Il medico proponeva ricorso in Cassazione, che veniva respinto.

In data 17.10.1995 la Commissione medici chirurgici dell'Ordine di Torino avviava un procedimento disciplinare nei confronti del medico dr. A.D.R., con l'addebito di aver fornito la necessaria copertura, affinché G.S.S., eseguisse nei confronti di pazienti affetti da patologie oncologiche terminali pratiche terapeutiche, o asseritamente dichiarate tali, non sperimentate e prive di adeguato riscontro scientifico, a scopo di lucro.
Il medico era stato assolto dal Pretore di Torino, con due successive sentenze del 22.1.1988 e del 27.6.1996, dal reato di concorso in esercizio abusivo della professione sanitaria in quanto non avrebbe effettuato azioni riconducibili ad attivita' medica in senso stretto.
Il giudice disciplinare aveva invece inteso sanzionare con la radiazione dall' Albo il rapporto di collaborazione tra il ricorrente ed un soggetto non medico, tanto più grave perché, come riconosciuto in sede penale ed invocato dal ricorrente a sua giustificazione, l'attività posta in essere nei confronti degli ammalati non aveva natura di atto medico per cui non si comprendeva per quale motivo il ricorrente partecipava a tale attività.
La Suprema Corte rigettava il ricorso del medico.
L' assoluzione in sede penale non toglieva validita' al provvedimento disciplinare in quanto l''art. 653 c.p.p. statuisce che la sentenza penale irrevocabile di assoluzione, pronunciata a seguito di dibattimento, ha efficacia di giudicato nel procedimento disciplinare quanto all'accertamento che il fatto non sussiste o che l'imputato non l'ha commesso, e non e' applicabile alle altre fattispecie.
Il fatto che dette pratiche non avessero carattere terapeutico e che quindi non costituissero esercizio abusivo dell'attività medica da parte del G., come accertato dal Pretore, non escludeva quindi il carattere della violazione disciplinare a carico del D.R. proprio perché l'attività posta in essere da detto medico nei confronti dei malati terminali non aveva alcuna natura di atto medico.
La Commissione, in altre parole, contestava al medico di aver effettuato, per sua stessa ammissione, attivita' non terapeutica (in quanto non validata) ricevendone un compenso e inducendo nel paziente la falsa impressione di star effettuando una terapia medica.
La Corte rigettava pure le contestazioni del sanitario circa l' eccessiva gravita' della sanzione comminata ritenendo che nel procedimento disciplinare a carico dell'esercente la professione sanitaria, l'individuazione della sanzione da irrogare sia rimessa alla discrezionale valutazione del giudice disciplinare, purché dia conto della sua scelta con adeguata motivazione.

Recensione di Daniele Zamperini (da www.giustizia.it )

Torna a Medicina Legale
Torna all'inizio


PENSIERI E... PAROLE
Opinioni in liberta'

Siamo un popolo di ipocondriaci?
Le statistiche dicono che gli italiani siano tra le popolazioni piu' longeve del mondo. Potra' essere dovuto al clima particolarmente mite, all' alimentazione "mediterranea", all' accresciuta igiene ambiantale…. Ma forse una piccola parte di questa eccellente condizione fisica e' dovuta anche all' assistenza medica, generalizzata e di buon livello medio.
In effetti gli italiani si mostrano, tra tutte le popolazioni, quella forse piu' "attenta" ai problemi sanitari. Troppo attenta, anzi, al punto da sfiorare sovente l' ipocondria.
I medici conoscono bene questo fenomeno: i "frequent attenders" sono numerosissimi e implacabili nel loro continuo controllo delle minime alterazioni cenestesiche; e ormai, lo sappiamo, quando ci si rilassa non si parla piu' del tempo, ma della salute. I vicini di casa, i commercianti, i pensionati in fila alla Posta, i vicini d' ombrellone, alla fatidica domanda "Come va?" non si limitano all' espressione "Bene, grazie", ormai relagata tra i ricordi d' anteguerra, ma si diffondono in sintomi, sindromi, disturbi vari, pareri e consigli terapeutici e diagnostici assolutamente non necessari e sovente non richiesti.
Ma un fenomeno cosi' capillarmente diffuso dovra' avere una causa, un punto d' origine. E' possibile in effetti individuarne piu' di uno.

L' incremento di questi fenomeni puo' essere una conseguenza dell' interesse degli italiani, ma alimentandolo e assecondandolo in modo cosi' massiccio ne diviene concausa "distorsiva" e patologica.
Vediamo perche':
Lo spettatore televisivo (o il lettore della rivista) viene influenzato in modo acritico ( a causa delle carenze culturali di base) dalle affremazioni degli "esperti" i quali, per lo piu' manifestano il loro parere con una enfasi ed un' ostentazione di certezza che contribuiscono ad imprimere nel profano la convinzione che certe cose siano ormai acquisite e da dare per scontate. Il lettore immagazzina cosi', inconsciamente, una serie di nozioni confuse e slegate, che suscitano una focalizzazione dell' attenzione verso propri malesseri o sensazioni che possano richiamare quanto letto o visto in TV. Non e' un caso che, dopo ogni trasmissione "sanitaria" di successo si verifiche un' ondata di pseudopatologie e di falsi malati.
La maggiore attenzione focalizzata verso questi problemi ne provoca la diffusione attraverso una sorta di "campagna pubblicitaria attiva" (" Ieri dicevano che… e allora…") che finisce per coinvolgere anche coloro che se ne erano tenuti, inizialmente, in disparte. Ecco che allora ci si scambia confidenze sulla bravura del proprio medico, sull' efficiacia di quel farmaco rispetto all' altro, con atteggiamento sempre piu' critico ("Ma perche' il medico non mi ha mai dato il farmaco X che lo sanno tutti che guarisce il disturbo Y?").
Ma oltre alle motivazioni "psicologiche" non sono da trascurare altri fattori, piu' eminentemente pratici: nella nostra cultura, ad esempio, e' importante (anche dal punto di vista economico!) avere una malattia "riconosciuta". Questa comporta vantaggi economici (esenzioni, facilitazioni, graduatorie speciali per un posto di lavoro) e vantaggi "morali" in quanto si entra a far parte di una minoranza "protetta". Ci si puo' appoggiare ad Associazioni, gruppi, partiti politici che, in nome della "solidarieta' verso il malato" consentiranno forme di assistenza e contribuzioni.
E' percio' importantissimo per il cittadino "affermare burocraticamente" le proprie mediocri condizioni di salute, ignorando il controsenso di vivere in uno dei paesi piu' "sani" del mondo.
Guai ai sani, in Italia! Essi non possono sperare in alcun sostegno ne' in alcuna agevolazione: guarderanno gli altri prolungare le ferie con le cure termali, assentarsi dal lavoro per disturbi banalissimi ai quali non si dovrebbe dare alcun peso, avere sconti sui mezzi pubblici, sui cinematografi eccetera, con la consapevolezza di essere loro a dover sostenere economicamente tutti gli altri. Chi vuol essere riconosciuto "sano", a questi patti? A questo punto qualche piccola "malattia" non si puo' negare a nessuno….

Tutto cio' comporta un giro di interessi da capogiro: ne usufruiscono economicamente la case farmaceutiche, gli operatori della sanita' (a che servirebbero tanti medici se non ci fossero tanti malati?), gli operatori che possano vantare in qualche modo un aggancio a problemi di salute: stazioni termali, acque "minerali", integratori alimentari…
Anche i mass-media trovano comodo cavalcare imperterriti in nome dell' audience e delle copie vendute questa disinformazione travestita da informazione alimentando e amplificando il problema salute e creando una vera dipendenza psicologica dal concetto di malattia.
Stiamo percio' diventando una popolazione di assistiti: nella scuola, nella famiglia, nella vita, per avere benefici e' necessario evidenziare un tipo di inadeguatezza (se non proprio di "malattia") in qualche settore. Interviene allora il grande Stato-Madre che ci assistera' e ci risarcira' del nostro peculiare "svantaggio".
Da tutto cio' (un misto di motivi psicologici, utilitaristici, educazionali) ci stiamo trasformando in un popolo di ipocondriaci, assurdamente concentrati al raggiungimento della "salute perfetta" , incapaci di accettare i disturbi-non-malattia, gli acciacchi fisiologici dell' eta', la morte stessa, vista sempre piu' (inconsciamente) come un' "optional", qualcosa di eternamente evitabile, conseguente solo a qualche errore sanitario.
Ne consegue un aumento ingiustificato della richiesta di prestazioni sanitarie (l' aumento dei frequent attenders) ed assistenziali (l' aumento degli pseudo-invalidi) anche per problemi di mediocre importanza o comunque risolvibili o sopportabili, con le conseguenze economiche che sono sotto gli occhi di tutti e che tanto condizionano lo sviluppo economico italiano.
Daniele Zamperini- Roberta Floreani -  (8/00) - Contributo originale

Torna all'inizio


Pillole di buonumore
Oggi: GLI ERRORI (medici e non).
(Da: "Ridiamocisopra"del dott. Zap  www.piazzetta.sfera.net )

Torna all'inizio